venerdì 8 maggio 2015

Oculatezza zuava, lungimiranza pliniana

Mentana, 3 novembre 1867
Garibaldi è sconfitto dagli zuavi, fedeli al Papa Pio IX
Chi ha dimestichezza con la corrente di pensiero che viene genericamente definita controrivoluzionaria non mancherà di conoscere autori del XX secolo (...). Difficilmente invece sarà conosciuta l’opera di una penna minore la quale, però, sembra aver in buona parte anticipato una delle tematiche ampiamente trattate da Plinio Corrêa de Oliveira (ossia colui che può venir considerato il maître à penser di questo filone storico, culturale e politico): la genesi del processo rivoluzionario.


Si tratta dell’irlandese Patrick Keyes O’Clery (*), autore che scrisse e pubblicò nell’800 due importanti saggi sugli avvenimenti che sconvolsero la pensiola italiana: The Revolution of the Barricades (1875) e The Making of Italy (ambedue riguardanti il controverso Risorgimento e pubblicati in Italia dalla casa editrice Ares con il titolo di La Rivoluzione Italiana – come fu fatta l’unità della nazione) e che trattò, nel primo dei due saggi citati, il problema rivoluzionario con una impostazione che sembrerebbe essere analoga a quella usata dal de Oliveira, quasi un secolo dopo, nel suo celebre "Rivoluzione e Contro-Rivoluzione".

Uno zuavo pontificio

Riporto ora il passaggio che tratta di questa tematica, ritenendo che possa tornare utile a coloro ai quali interessano le dinamiche storico-sociali (ma non solo) dello sviluppo di ciò che viene definito Rivoluzione con la R maiuscola:

"C’è un errore nel quale sono caduti in molti, ed è quello di considerare la Rivoluzione [francese] come il frutto di idee divulgate per la prima volta dai cosiddetti  philosophes del diciottesimo secolo. […]

La Rivoluzione del diciottesimo secolo fu solo un’altra offensiva di quello spirito di disordine che esiste in ogni umano consesso, e il cui operare possiamo far risalire fino al Medioevo. Non c’era nulla di nuovo nei principi di Rousseau e Voltaire. Essi erano stati enunciati, forse in un linguaggio meno preciso e forbito, centinaia di anni prima che questi grandi leaders o philosophes fossero nati. Gli ussiti in Germania nel quindicesimo secolo e gli anabattisti più tardi, gli albigesi in Francia, i lollardi in Inghilterra, predicavano la stessa dottrina che fu udita a Parigi durante il regno del Terrore giacobino. Le spade dell’Europa cristiana furono sguainate contro gli albigesi non tanto per la loro eresia, quanto perché erano nemici dell’ordine e della società; cercavano di distruggere la famiglia e abolire la santità del matrimonio. In tempi più recenti, le stesse orribili dottrine sono state apertamente sostenute dagli apostoli più estremisti della Rivoluzione inglese. In Inghilterra gli agitatori lollardi facevano uso di espressioni che potrebbero essere facilmente scambiate per quelle degli agitatori di piazza parigini. “Miei buoni amici”, disse John Ball, “le cose non possono andare bene in Inghilterra, e non lo potranno mai fino a che tutto non sia messo in comune, non ci siano più né vassalli né signori, e ogni differenza non sia stata livellata”.

Anche nelle sue manifestazioni esteriori, la Rivoluzione fu, grosso modo, una ripetizione di quello che era accaduto più e più volte nei tempi precedenti. L’incendio di castelli e l’assassinio dei signori feudali avvenuto durante la Rivoluzione francese furono una riedizione delle jacqueries del Trecento. Persino i tumulti di Parigi di quel periodo, quando il popolo, vestendo il rosso e il blu, simbolo della città, insorse in armi e infilzò a colpi di picca o annegò i nobili e le loro mogli, hanno un impressionante somiglianza con le insurrezioni giacobine, quando i picchieri, che portavano la coccarda tricolore, manifestavano il loro amore per Libertè, Egalité e Fraternité impiccando gli sventurati aristocratici à la lanterne o massacrandoli nei cortili delle prigioni. Ogni attacco dei philosophes agli Ordini religiosi era già stato anticipato da Wycliffe, da Lutero e da altri ancora. Persino le organizzazioni più segrete che facevano propaganda rivoluzionaria esistevano da secoli.

È stato asserito anche che la Rivoluzione fu opera della gran parte del popolo francese, unito in una rivolta spontanea contro una tirannia feudale, che sarebbe stata inevitabile anche se Voltaire e i suoi seguaci non si fossero mai occupati di politica e le società segrete non fossero mai state organizzate. Gli scrittori che continuano a sostenere tale opinione, o non hanno una reale conoscenza della genesi dell’azione politica, o chiudono volentieri entrambi gli occhi su quello che accade davanti a loro ogni giorno. Il poeta e il romanziere possono narrare di spontanee e simultanee insurrezioni di un popolo intero, ma coloro che hanno studiato gli eventi del nostro tempo sanno che tali sommovimenti di massa non ci sono mai stati oggi, e, probabilmente, non ci sono stati mai. Del resto sarebbe strano se fosse altrimenti, poiché gran parte del popolo è composta da persone che non possiedono alcuna iniziativa personale. Esse potranno obbedire solo a un forte stimolo (per esempio il timore di un disastro), in mancanza del quale si faranno guidare da altri uomini, lasciando che questi pensino al posto loro e diano forma al loro credo politico. È questo che rende il suffragio universale un’impostura laddove esso è praticato. Le rivoluzioni e così le reazioni non sono il lavoro delle masse, ma solo di pochi uomini abbastanza audaci da cercare il supporto delle masse stesse e abbastanza forti da assicurarselo e mantenerlo. Il popolo non si è mai mosso spontaneamente e non lo farà mai, eccetto quando sia spinto a ciò da qualche causa esterna". (La Rivoluzione Italiana pp. 46 – 48; Patrick Keyes O’Clery; Edizioni Ares)

Federico Sesia
(dal sito Il talebano, titolo originale "Rivoluzionari: pochi, ricchi e nemmeno originali" - I grassetti sono nostri)

Compagnia degli zuavi papali


(*) Cenni storici

Patrick Keyes O'Clery (1849-1913), emigrato dall'Irlanda, si arruolò giovanissimo come zuavo ponti­ficio e in questa veste partecipò alla battaglia di Mentana dell'ottobre-novembre 1867. Dopo una breve parentesi in America, nel 1870 era di nuovo nell'esercito pontificio e si trovò cosi a combattere, in prima persona, in difesa del potere temporale del Papa, rimanendone peraltro dedicato per tutta la vita.
Rientrato in Irlanda, si impegnò nella vita politica e nel 1874 venne eletto depu­tato nel Collegio di Wexford. Nel 1875 usci il suo primo libro, The History oj the Italian Revolution. The Revolution of the Barricades (1796-1849), nel quale le vicende della storia italiana erano strettamente identificate con quelle del papato. Conseguenze politiche imme­diate di questa posizione furono la difesa a oltranza dello Stato pontificio e la serrata polemica contro il Parlamento inglese ritenuto il maggior responsabile della soluzione unitaria italiana.
Ritiratosi dalla politica attiva O'Clery si dedicò alla professione di avvocato e nel 1892 pubblicò a Londra The Making of Italy che fu tradotto in italiano e pubblicato a Roma nel 1893 con il titolo La formazione dell'Italia e quindi, nel 1897, con il titolo Come fu fatta l'Italia. Una terza traduzione, Risorgimento controluce - La questione italiana vista da uno zuavo di Pio IX, introduzione di Giuseppe De Cesare, apparve nel 1965 ad opera del Centro Editoriale Romano.
Un'opera quindi che ha conosciuto una consi­derevole fortuna e che meritò all'Autore il titolo di conte di Roma conferitogli da Leone XIII nel 1903. Scopo dichiarato dell'A. era quello di narrare gli avvenimenti italiani, dal Congresso di Parigi alla conquista di Roma, in maniera chiara e veritiera. Ovviamente il problema dell'unificazione italiano era lucidamente inquadrato nell'ottica del rapporto Chiesa-Stato e cioè del più vasto conflitto tra i sostenitori del potere temporale, ai quali O'Clery decisamente appartiene, e gli avversari liberal-rivoluzionari.
Se l'alleanza tra Cavour e Napoleone aveva costituito la base del processo uni­tario, questo si era sviluppato con l'apporto dei moti insurrezionali dell'Italia centrale e della campagna garibaldina in Sicilia. Sulle condizioni dell'Italia meridionale e sul sistema amministrativo borbonico la verità era stata, a giudizio dello zuavo irlandese, volutamente falsata dalla Camera piemontese, dal Parlamento di Westminster e dalla stampa piemontese, francese e inglese. Numerose testimonianze, peraltro "fedelmente ripor­tate, dimostravano l'infondatezza della conclamata miseria del Regno di Napoli prima della Rivoluzione del 1860". Le mancate insurrezioni nel meridione finivano indirettamente per confermare le teorie dell'A. che nelle difficoltà economico-finanziarie del nuovo Regno, nel brigantaggio e nella strenua lotta contro la Chiesa individuava altrettanti elementi di debolezza della nuova istituzione.
Ai documenti ufficiali e ai resoconti del Parlamento di Torino e di Westminster egli affiancò la copiosa memorialistica, la Campagne de l'Empereur Napoléon III en Italie, edita dallo Stato Maggiore dell'Esercito francese, gli scritti di Edward Hamley, di Ugo Forbes, di La Varenne, il diario dell'ammiraglio Persano e la sua corri­spondenza con Cavour e i resoconti della stampa, in particolare della Quaterly Review. Per Mentana e l'invasione dello Stato pontificio, oltre ai ricordi personali, si avvalse de l'Histoire de l'invasion des Etats Pontificaux et du Siège de Rome par l'armèe italienne en septembre 1870 di Roger de Beauffort, sottotenente degli zuavi pontifici.





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