sabato 7 gennaio 2012

La dimensione freudiana dell'opera di Romeo Castellucci

Un'analisi approfondita dell'opera teatrale (?!) blasfema di Romeo Castellucci intitolata "Sul concetto del volto di Cristo" che dal 24 al 28 gennaio sarà rappresentata al teatro F. Parenti di Milano. L'articolo è tratto dalla Newsletter del sito Tradizione Famiglia Proprietà

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Avenir de la Culture si è sommata alle decine di migliaia di cattolici che stanno protestando contro l'opera teatrale "Sul concetto del volto di Cristo", del regista Romeo Castellucci.

Questo pezzo costituisce una gravissima offesa a Nostro Signore Gesù Cristo e alla coscienza della maggioranza cattolica del nostro Paese.

Di fronte ad un'enorme riproduzione del volto di Cristo, un anziano nudo subisce successive crisi di dissenteria. L'artista italiano non risparmia nulla al pubblico, nemmeno la puzza... Alla fine, l'anziano sale su uno sgabello e versa sul telo i contenuti della sua bacinella. Grosse chiazze rosso-marrone scorrono sul Volto Santo.

Il telo si squarcia, lasciando vedere un grande pannello nero con sopra la scritta: "You are my shepherd" ("Tu sei il mio pastore"). Ma, in modo intermittente, compare un "not", che  trasforma la frase in negativo: "Tu non sei il mio pastore".

Nella versione presentata al festival di Avignone, alcuni bambini lanciano sul Sacro Volto delle granate, finte ma molto rumorose.

Il pubblico capisce che, venendo da un artista che si diletta nella provocazione, lo scopo è proprio quello di insudiciare con escrementi il bel viso del Salvator Mundi di Antonello da Messina.

Non si capisce, invece, come rappresentanti del mondo cattolico — e perfino qualche vescovo — abbiano cercato di giustificare l'opera blasfema, attribuendogli perfino un carattere spirituale.


Oltre a protestare con ogni fibra della nostra anima cattolica contro questa evidente blasfemia — offrendo nel contempo fervide preghiere di riparazione al Sacro Cuore — abbiamo cercato di fare una lettura più approfondita dell'opera di questo regista che si definisce post-moderno. Compito non facile, visto che Castellucci si muove in un ambiente intellettuale che ha perfino creato un proprio linguaggio, speso arcano per i non addetti ai lavori, al fine di mascherare le loro follie dietro elucubrazioni pseudo-scientifiche.

Per fortuna, è venuto in nostro ausilio il dott. Paul Martin Eve, ricercatore di filosofia presso l'Università del Sussex, in Inghilterra. Avendo assistito allo spettacolo nel teatro The Barbican di Londra, egli ha scritto un suo parere, in vena chiaramente favorevole:

"La lettura più evidente è quella del rovesciamento del rapporto tra padre e figlio nella tradizione cristiana. Qui il padre implora il perdono del figlio. Come nel ‘Eli, Eli lama sabachtani' della Bibbia, il figlio maledice il padre. Ma qui non è Lui [il padre] che perdona. È Lui che commette il peccato. È Lui che deliberatamente butta matterie fecali sul palcoscenico del mondo. (...) Questo Teatro della Crudeltà è profondamente cinico in materia religiosa.

"Tutto questo si colloca, ovviamente, in un'ottica psicoanalitica. È impossibile leggere lo spazio clinicamente bianco, sporcato con le feci, senza un riferimento che comprenda la Kristeva e l'abiezione. I limiti del corpo, definiti dalla trascendenza degli escrementi, trovano un parallelo nel concetto cristiano della Trinità, un'amalgama spazio-tempo di più entità che definisce la sua natura trascendente attraverso l'emissione di sostanze corporee. [...] Il fattore m... non mi sembra affatto eccessivo, messo lì tanto per scioccare".

Per capire questo chiacchericcio, bisogna analizzare ciò che Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, dice riguardo al ruolo delle feci nello sviluppo umano.


Per Freud (*), il fatto che il bambino nasca "attraverso l'intestino" stabilisce "l'identità tra bambino ed escrementi". L'escremento sarebbe il "primo dono" che il bambino offre alla madre. Accettandolo, "ella mostra il suo affetto". D'altra parte, "la defecazione fornisce al bambino la prima opportunità di decidere tra un atteggiamento narcisistico e uno di amore per l'oggetto". Secondo Freud, "o il bambino offre i propri escrementi con docilità, sacrificandoli per amore, oppure li ritiene per procurarsi una soddisfazione auto-erotica e, più tardi, come affermazione della propria volontà" (**).

Da lì, il rimpianto del padre della psicoanalisi per non aver avuto né il tempo né il sostegno delle donne di casa per realizzare con la figlia Anna "l'esperienza di verificare quando compare, per la prima volta, il disgusto nei bambini piccoli. Né per verificare se c'è un periodo nella prima infanzia durante il quale non si sente disgusto nel mangiare escrementi" (Lettera di Freud a Fliess, 8 febbraio 1897).

Da questo, Freud conclude che i bambini sono profondamente interessati ai propri escrementi, e ne vanno fieri. Più tardi, lamenta lo psichiatra austriaco, "per influenza dell'educazione, gli istinti e le attrazioni per i propri escrementi gradualmente soccombono alla repressione. Il bambino impara a tenerli segreti, se ne vergogna e sente disgusto nei loro confronti". In età adulta, sempre secondo Freud, il fatto che siano oggetto di scherzi "mostra la stima che, da piccoli, gli esseri umani hanno avuto per le loro feci, e che hanno conservato nel loro subconscio".

Psicoanalisti più recenti hanno voluto dimostrare che, più una cultura è "civilizzata", più essa rifiuta qualsiasi rapporto positivo con gli escrementi. Mentre nelle tribù primitive le feci possono significare sia abbondanza che umiliazione, sia medicina magica che corruzione, sia la morte che il rinnovamento, nella nostra società nevrotica tutti i prodotti del corpo, tranne le lacrime, sono stati banditi dal linguaggio decente della società.


Ed è qui che entra la psicoanalista bulgara Julia Kristeva, tirata in ballo da Paul Martin Eve. Per la Kristeva, tutto ciò che riguarda i "confini porosi del corpo" — i buchi, per intenderci — e, in generale, l'assorbimento o l'espulsione di materia nel proprio corpo è potenzialmente abietto. La sorgente di ogni sensazione di disgusto sarebbe nel rapporto arcaico del bimbo col corpo della madre, il timore di essere fagocitato, e la conseguente dolorosa necessità di separazione (***).

Secondo la Kristeva, la letteratura e il teatro moderni si sono addossati il compito, prima svolto dal sacro, di evocare l'abietto per rinsaldare la separazione arcaica, e così sublimare la violenza immemorabile con cui un corpo è separato da un altro.

Scrive la Kristeva: "Come in un vero teatro, senza trucco e senza maschera, i rifiuti corporali mi indicano ciò che io rigetto costantemente per poter vivere. Questi umori, questa sporcizia, questa m... sono ciò che sostengono la vita. Se non li espelliamo, rischiamo la morte. (...) Questi rifiuti fuoriescono affinché io possa vivere. Finché, di perdita in perdita, non mi resterà più niente. E allora tutto il mio corpo diventerà un rifiuto, un cadavere, il più disgustoso dei rifiuti".



Ma, dirà un lettore attento, cosa c'entra tutto questo col bel volto di Cristo imbrattato dalle feci nell'opera teatrale di Castellucci?

Secondo Julia Kristeva, i rigori del monoteismo ebraico, fondato sull'opposizione puro/impuro, richiedono l'espulsione dell'abietto (tabù alimentari, purificazione delle donne, ecc.). Mentre nell'ottica della psicoanalisi, nonché nella lettura ideologica che essa fa del cristianesimo, l'accettazione mistica del peccato/abietto è condizione per il perdono, e per l'esperienza della bellezza e del divertimento che ne consegue.

L'artista post-moderno dovrebbe quindi produrre opere che, "attraverso categorie dicotomiche di Puro/Impuro, Morale/Immorale, Legge/Peccato", assopiscano negli spettatori il Superego, vale a dire, nella terminologia freudiana, quella istanza psichica dove si origina la distinzione fra bene e male, bellezza e bruttezza, e via dicendo. Nell'opera del Castellucci, questo si ottiene, per esempio, facendo esperimentare al povero spettatore la visione e l'odore delle feci.

Sarà lontano il giorno in cui, seguendo la logica freudiana, Romeo Castellucci inviterà i suoi spettatori a superare il disgusto a mangiare feci, come Freud voleva fare con la figlia Anna?



C'è un abisso fra Castellucci e la vera compassione cristiana.

La Chiesa non è puritana. Sostiene, anzi, che la materia è uscita dalle mani di Dio, Creatore del cielo e della terra, ed è quindi buona. Ma, quando si sporge per lenire le miserie umane, non può dimenticare che i nostri corpi sono fatti di fango e portano il marchio del peccato originale, che li ha feriti a fondo. La Chiesa purifica i nostri sentimenti di amore per la bellezza e di disgusto per l'abietto, che è appunto simbolo del peccato, e così ci conduce fino alle vette spirituali della civiltà cristiana, in attesa della Bellezza Infinita che, con l'aiuto della grazia soprannaturale, vedremo faccia a faccia per tutta l'eternità, in possesso di un corpo incorruttibile e circondati da "novos coelos", ma anche da "novam terram", purificata da ogni macchia.

Siamo qui in totale ed irrimediabile contrasto con quella sintesi gnostica tra il puro e l'impuro, tra il Volto Santo di Cristo e le feci, proposta dal Castellucci come soluzione psicoanalitica per l'uomo su questa terra di esilio.

Questa confusione, di per sé blasfema nel contenuto, diventa ancor più grave per la forma: Castellucci usa il bel quadro di Antonello da Messina solo per trasmettere un'ideologia in contrasto con la fede cristiana.


(Tratto dal sito di Avenir de la Culture: http://avenirdelaculture.fr/article/la-dimension-spirituelle-des-ordures-de-castellucci - Traduzione ad opera di Julio Loredo)


(*) Cfr. Eric Miller, «Passion for Murder - The Homicidal Deeds of Dr. Sigmund Freud», 1984; Id., «Passion for Murder in the Light of New Facts», 2008; Jeffrey Mason, a cura di, «Complete Letters of Sigmund Freud to Wilhelm Fliess 1887-1902», Harvard University Press, 1985.

(**) Cfr. Sigmund Freud, «Three Essays on the Theory of Sexuality», 1905; Id., «New Introductory Lectures on Psychoanalysis», 1933.

(***) Cfr. Julia Kristeva, «Pouvoirs de l'horreur. Essai sur l'abjection», 1980.

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