venerdì 13 gennaio 2012

La Rivoluzione Francese non fu frutto dell'oppressione e della miseria. La societa' francese alla vigilia della rivoluzione

Commissione di studio ispirata al pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira
La storia e i suoi grandi personaggi -  Capitolo XX



Uno dei miti rivoluzionari più conosciuti è che la Rivoluzione Francese fu la rivolta di masse affamate ed oppresse contro le oligarchie dominanti. Tuttavia, la Storia obiettiva ed imparziale dimostra esattamente il contrario.

Attualmente persino gli storici rivoluzionari, che quindi sono "insospettabili", riconoscono che la situazione delle classi più basse della popolazione era tutt'altro che miserabile. Persino uno storico socialista americano, Burns, nell'analizzare le cause della Rivoluzione, afferma che "dobbiamo notare che le sofferenze generalizzate fra le masse popolari non ne furono causa. La convinzione diffusa che la Rivoluzione si scatenò perché la maggioranza del popolo pativa la fame per mancanza del pane e che la Regina disse "mangino biscotti", è ben lontana dall'essere una verità storica.

A differenza del suo impero coloniale, la Francia alla vigilia della Rivoluzione era ancora una nazione ricca e prospera. E' anche opinione degli storici moderni che i contadini di Francia del secolo XVIII beneficiassero di una situazione migliore di quella degli altri contadini d'Europa, eccettuati quelli inglesi. Che questa situazione tendesse a migliorare ulteriormente è provato dal declino della servitù nel corso del secolo che precedette la Rivoluzione, e dal fatto che una percentuale sempre maggiore di contadini divenissero proprietari terrieri".

Il noto storico francese Pierre Gaxotte, dell'Accademia di Francia, dice che "la miseria può suscitare dei moti, ma non genera rivoluzioni". Queste hanno cause più profonde, e, nel 1789, i francesi non erano infelici. I documenti più sicuri provano, al contrario, che la ricchezza aumentava considerevolmente da un secolo, e che le condizioni materiali di tutte le classi sociali, eccettuata la nobiltà rurale, erano sensibilmente migliorate.

All'epoca esisteva una tassa sui redditi chiamata "taglia". Questa imposta era calcolata in base ai segnali esteriori di ricchezza che i soggetti presentavano. Allora, per sfuggire al pagamento della tassa, i contadini cercavano di mostrare la maggior povertà possibile. Era un dogma profondamente radicato negli spiriti popolari che l'unico mezzo per non pagare al posto di altri, l'unico modo per non essere schiacciato da ingiuste angherie, fosse di restringere le spese, mostrarsi senza risorse, ed esternare la più completa penuria: "Il più ricco di un villaggio - scriveva nel 1709 il luogotenente dell'Ile de France - oggi non oserebbe ammazzare un porco se non di notte, perché, se lo facesse in pubblico, gli aumenterebbero le tasse".

Rousseau, perdutosi un giorno in una montagna e pieno di fame, entrò nella casa di contadino e gli chiese da mangiare. L'uomo subito rifiutò: non aveva niente da dargli, perché gli avevano portato via tutto; per quanto cercasse, non avrebbe trovato nulla, era tutto vuoto. Rousseau supplica, insiste, declina la sua identità. Il contadino lo ascolta e, calmatosi e riacquistatala sua tranquillità, apre tremando un nascondiglio, dal quale, con fare misterioso, estrae pane, carne e vino, spiegando che sarebbe un uomo perduto "se sapessero che posseggo tali sostanze".

Questa era esattamente la situazione del contadino durante l'Ancien Regime: una grande affettazione di miseria e, dietro questo manto di stracci, una vita calma, quasi sempre senza difficoltà e qualche volta agiata. La servitù che si mantenne in quasi tutti i paesi d'Europa, non esisteva più in Francia. La maggior parte dei contadini erano uomini liberi ed anche proprietari. La verità è che, alla vigilia della Rivoluzione, almeno metà del suolo, apparteneva a loro. Nonostante l'azione nefasta dell'assolutismo, l'autorità regia, teoricamente assoluta, conservava ancora, in larga misura, il carattere organico della civiltà medievale.

Il potere giudiziario manteneva molte delle sue prerogative medievali di autonomia. Della Bastiglia, presentata dai rivoluzionari come un simbolo di oppressione, un testimone dell'epoca scrisse: "E' un favore del Re l'essere condannati a una prigione tanto bella. Là vi sono, è certo, comodità e piaceri che neppure tutti i grandi principi hanno nei loro palazzi, e una libertà tanto grande che da là gli occhi possono godere di gradevoli paesaggi". Come disse uno storico famoso, "la Francia anteriore alla Rivoluzione non era affatto infelice. Aveva dei motivi per lagnarsi, ma non per rivoltarsi". C'erano alcuni problemi da risolvere, ma essi di per sè non avrebbero potuto provocare la tragedia che si verificò, se una profonda crisi religiosa e morale non avesse minato le anime.

Le vere cause della Rivoluzione. Il processo rivoluzionario
Come abbiamo già visto, la Rivoluzione Francese fu la seconda delle tre grandi rivoluzioni della Storia dell'Occidente: la Pseudo-Riforma, la Rivoluzione Francese e il Comunismo. Pertanto, fu la continuazione ad un grado più raffinato e radicale dei principi del Rinascimento e della Rivoluzione Protestante, con lo stesso obiettivo di instaurare uno stato di cose opposto alla civiltà cristiana. Proprio questo fu l'obiettivo ugualitario e satanico della Rivoluzione Francese, molto diverso dall'ideale romantico e umanitario che molti cercano di presentare.

Preparazione dell'ambiente
Qualunque movimento rivoluzionario, per riuscire, deve trovare un ambiente favorevole. Nel corso della Storia possiamo osservare che i colpi di Stato e le riforme politiche sono molto spesso state precedute e preannunciate da profondi cambiamenti di mentalità; essi avvengono dapprima nel dominio delle tendenze, per poi attingere il campo delle idee: infatti l'azione sulle tendenze prepara gli spiriti ad accettare le dottrine errate. Quando questo processo è compiuto, basta un piccolo incidente per fare esplodere la rivoluzione.

Cause remote della Rivoluzione francese. Sul piano delle tendenze


Sul piano delle tendenze la causa remota della Rivoluzione Francese si trova nei costumi pagani e nel naturalismo della società rinascimentale. Il sarcasmo letterario anti-cattolico degli umanisti, ebbe un importante ruolo nello sviluppo di questa mentalità; anzi, in un certo senso, contribuì di più alla diffusione dello spirito rivoluzionario che gli stessi dottrinari. Possiamo citare come un esponente di questa azione nefasta il noto umanista Erasmo da Rotterdam.

Sul piano delle idee
Sul piano delle idee agirono soprattutto i sensisti ed i deisti inglesi. Il sensismo spiega l'origine della conoscenza esclusivamente con l'uso dei sensi; pertanto, per i sensisti, è impossibile conoscere con la ragione quel che non è sensibile.

Per quanto riguarda il deismo, esso deriva dalla negazione del soprannaturale, per cui si forma un tipo di religione secondo cui Dio esiste, ma è solo il dio che la ragione umana può capire: non esiste altra forma di religione, Gesù Cristo non è Dio, c'è solo un Dio perso tra le nuvole, e del quale non si sa cosa pensare. Così il deismo genera una mentalità atea. Il deismo ebbe un grande sviluppo in Francia. Il tipo umano del deista è, per esempio, Voltaire. Queste dottrine trovarono accoglienza perché il giansenismo - una specie di calvinismo camuffato di austerità-aveva minato lo spirito religioso dei fedeli, senza trovare forte opposizione nel clero, eccezion fatta per alcuni santi, come, ad esempio, san Luigi Maria Grignon de Montfort: le regioni da lui evangelizzate - come la Vandea- furono quelle che opposero la maggior resistenza alla Rivoluzione.

Cause prossime della Rivoluzione francese. Sul piano delle tendenze
Nonostante avesse conservato forti tratti dello spirito medievale, la società dell'Ancien Regime presentava profondi aspetti dei costumi pagani ereditati dal Rinascimento. Siccome lo spirito rivoluzionario tende a una rafforzarsi progressivamente, questo stato d'animo si accentuò sempre più.

La società, alla vigilia della Rivoluzione Francese, era già profondamente diversa rispetto all'epoca rinascimentale, e ancor più rispetto a quella medievale. Il clero, la prima delle classi sociali, era stato corrotto interiormente dal giansenismo e dal gallicanesimo (spirito di indipendenza nei confronti di Roma). Ormai in alcuni il rilassamento della disciplina ecclesiastica era completo: in alcuni conventi le religiose vivevano in modo così mondano che era quasi come se stessero a casa loro; molti vescovi passavano tutto il loro tempo a corte, alle feste e a caccia, curandosi assai poco degli affari spirituali.

Mentre il nobile medievale era un forte guerriero, vigoroso per la lotta, il suo discendente, il "marchesello" della vigilia della Rivoluzione, sembrava più un ninnolo che un guerriero. La sua unica preoccupazione era non di essere coraggioso nè eroico, ma grazioso. Questo tipo d'uomo finì con l'essere dominato quasi interamente dall'amore ai piaceri. Non aveva più ideali per cui lottare, nè principi da servire, per cui si dedicava esclusivamente a godere la vita, essere elegante, bello, gradevole e aggraziato. Eccezion fatta per la Vandea, l'unica regione che lottò contro la Rivoluzione e dove vi fu coesione controrivoluzionaria, in tutte le altre province di Francia la società si disgregò, perché il gusto per il piacere della vita aveva assorbito tutte le virtù, tutte le qualità. Il gentiluomo, frivolo e affettato a cui si appoggiava il trono, non era più in condizione di far fronte alla Rivoluzione.

Un fatto molto importante da sottolineare è che lo spirito rivoluzionario inizialmente penetrò nella corte di Versailles non attraverso le idee, ma per mezzo della sensualità: lo sviluppo delle tendenze disordinate portò la corte francese alla rovina.

La futura Madame Pompadour, figlia di un borghese molto ricco, esiliato per commerci poco puliti, e di una donna dai dubbi costumi, frequentava con grande lustro e prestigio i saloni dell'aristocrazia parigina, ma intanto, poichè orgoglio e sensualità vanno sempre assieme, manteneva corrispondenza con Voltaire, cosa a cui allora aspiravano tutti i Re e regine d'Europa. Quando divenne cortigiana di Luigi XV, la sua influenza crebbe enormemente, e con essa la penetrazione della mentalità rivoluzionaria, che si manifestò soprattutto con la tendenza ad abolire quanto c'era di solenne e cerimonioso nella vita di corte. I filosofi atei ben percepivano il ruolo da lei sostenuto nella preparazione dell'ambiente, ormai dominato dalle tendenze rivoluzionarie, infatti combattevano la stessa battaglia. Per questo Voltaire ed altri scrittori dell'epoca non cessavano di lodarla e difenderla. Il cattivo esempio della nobiltà e del clero finì col contagiare le altre classi sociali.

Cause prossime della Rivoluzione francese. Sul piano delle idee
Sul terreno dottrinale, le cause prossime della Rivoluzione furono l'illuminismo e l'enciclopedismo. L'illuminismo era caratterizzato principalmente dalla fiducia nell'uso della ragione. Nel campo religioso, pretendeva di pervenire ad una religione naturale, che non negava Dio, gli riconosceva il ruolo di Creatore, ma non ammetteva la sua azione costante sul destino degli uomini. In Francia, l'illuminismo fu rappresentato dagli enciclopedisti. Si trattava di un gruppo di rivoluzionari che si riunirono per redigere un'enciclopedia, ossia, una compilazione di tutte le conoscenze esistenti a quel tempo, ma completamente riproposte alla luce dell'idea che rispetto a Dio non si può conoscere alcunchè, e che tutte le religioni sono false. I principali organizzatori dell'Enciclopedia furono Diderot e d'Alembert.

Fra gli enciclopedisti, molti dei quali discendevano da protestanti, si affermò, soprattutto per opera di Rousseau, la dottrina della completa uguaglianza civile e quella del Contratto Sociale. Secondo Rousseau, gli uomini primitivi vivevano in una condizione anarchica, e solo successivamente risolsero di vivere in società, per cui ognuno rinunciò a una parte di libertà a favore del "contratto sociale". Ora, diceva egli, gli uomini nel loro stato naturale erano buoni e felici, perché erano tutti uguali. Fu la società che li corruppe e li rese infelici stabilendo delle diseguaglianze. La Massoneria ed altre sette segrete contribuirono alla diffusione delle idee rivoluzionarie, insieme alle "società di pensiero" e ai cosiddetti "salotti". I "salotti letterari" erano circoli che si riunivano, in generale, in casa di dame dell'alta società per discutere questioni di letteratura, arte, poesia e buon gusto. Più tardi, si aprirono ai filosofi, e divennero centri di propaganda delle nuove idee. In questi ambienti, l'arte di conversare era coltivata accuratamente, poichè costituiva uno strumento molto efficace per la diffusione delle idee rivoluzionarie.

La penetrazione dello spirito rivoluzionario negli alti strati del clero e della nobiltà
Al contrario di quanto certi libri continuano a raccontare, gli strati sociali più colpiti dallo spirito rivoluzionario non furono quelli popolari, bensì il clero e l'aristocrazia, che furono i principali responsabili della Rivoluzione. Invece, la maggioranza dei capi del movimento controrivoluzionario aveva origine dai ceti popolari. Voltaire, ad esempio, frequentava i circoli sociali più in vista dell'epoca, e contava su un gran numero di ammiratori tra l'aristocrazia.

Alcuni episodi illustrano assai bene la penetrazione delle idee rivoluzionarie fra i nobili. Durante la Rivoluzione, in Austria venne celebrata una S. Messa per le anime dei re francesi assassinati dalla Rivoluzione. Nel sermone, il predicatore accusò Rousseau di essere, con le sue dottrine, il responsabile di tutti quei mali, ma fu fischiato in piena chiesa dai nobili presenti, che erano fuggiti dalla Francia perseguitati dalla Rivoluzione!

Il Duca d'Orleans, cugino del Re, era gran maestro della massoneria. Maria Antonietta, in una certa occasione, elogiò il carattere filantropico della Rivoluzione. Luigi XVI, oltre ad affiliarsi alla massoneria, appartenne ad un'altra società segreta dell'epoca. Malesherbes, che era un amico personale di Rousseau, occupava la carica di "direttore della biblioteca"; incarico che gli attribuiva la funzione di controllare tutte le pubblicazioni prodotte in Francia. Una volta Rousseau ebbe difficoltà a trovare una tipografia che pubblicasse le sue opere. Malesherbes si incaricò di aiutarlo, ottenendo quello di cui aveva bisogno.

La grande preoccupazione della censura non era di reprimere i libri rivoluzionari, ma quelli che cercavano di difendere le istituzioni vigenti. Il giornale "année Litteràire" fu sospeso diverse volte per aver attaccatoVoltaire e Marmontel, ed aver difeso il trono. Freròn, il suo redattore, che era monarchico e semi-rivoluzionario, fu quasi processato per aver attaccato l'Enciclopedia. La censura proibì la circolazione di un lavoro del sacerdote Geoffray contro Diderot, uno degli organizzatori dell'Enciclopedia.
Nella stessa famiglia reale, troviamo tracce dello spirito rivoluzionario. La Regina Maria Antonietta aveva grazia, maestà, coraggio, spirito, ma soffriva anche della moda secondo cui ci voleva, ovunque, semplicità e libertà. Le cerimonie la spazientivano e la annoiavano. Si lasciò convincere facilmente che "sarebbe stato un errore non tornare alle consuetudini felici dei primi feudatari; che in un secolo tanto illuminato, nel quale si mettevano da parte tutti i preconcetti, i sovrani si dovevano liberare di quelle scomode pastoie che l'uso imponeva loro, e che era ridicolo pensare che l'obbedienza dei popoli dipendesse dal numero maggiore o minore di ore che la famiglia reale passava in un circolo di cortigiani infastiditi e irritanti". Il tumulo di Rousseau a Ermenonville si trasformò in un centro di pellegrinaggi. Uno di questi pellegrinaggi annoverò persino la partecipazione di Maria Antonietta e dei principi e principesse di corte. Rousseau nelle sue opere affermava, fra le altre cose, che tutti i Re sono dei tiranni.

A Versailles funzionava un teatro particolare, il Trianon, costruito da Maria Antonietta e frequentato dalla aristocrazia. Ivi venivano rappresentate composizioni così rivoluzionarie che la censura esitava a permettere che si dessero in pubblico. In molti casi, Maria Antonietta, che aveva buone doti di attrice, inscenava i ruoli più rivoluzionari, e la nobiltà applaudiva entusiasta i più violenti attacchi contro le istituzioni. L'alta società si incantava nel vedere delle scene somiglianti a quelle che si sarebbero svolte nelle strade poco tempo dopo. Luigi XVI aveva dei difetti deplorevoli. Era stato educato secondo i principi difesi da Fenelon nella sua opera "Telemaco". In questa opera, Fenelon critica la condizione stessa di governante. "Che follia - dice egli- far consistere la felicità nel governo degli uomini... Insensato chi cerca di regnare!
Felice colui che si accontenta della sua condizione privata e gradevole, nella quale la virtù gli è meno difficile. Temi, pertanto, temi figlio mio, una condizione tanto pericolosa... E' una servitù che avvilisce...". Il risultato di tale educazione fu la conformazione psicologica del Re: debole di carattere, sempre pronto a cedere, incapace di usare la forza, pauroso del sangue, senza grazia e sciatto. Un uomo che, nel cingere la corona a Reims, aveva detto: "Mi è scomoda...". Lo scomoderà per tutta la vita. Egli probabilmente pensò che la corona non era fatta per la misura della sua testa.

In verità era la sua testa che non era fatta per la misura della corona. Pochi uomini hanno potuto partecipare a lotte ed avvenimenti tanto straordinari, come Luigi XVI. Mentre tutto si sgretolava intorno a lui, durante i giorni più drammatici del suo regno, egli nel suo diario scriveva una sola parola: "niente". Niente! Per lui, che non vedeva niente, non stava accadendo nulla. Come diceva Rivarol, egli camminava verso la Rivoluzione con la corona calata sugli occhi. Si racconta che quando una moltitudine di scellerati si abbatté sul palazzo di Versailles, in piena Rivoluzione, il Re chiese attonito quel che doveva fare, al che qualcuno gli rispose: "Fate la parte del Re...".

Tutto quello che, da vicino o da lontano, lo poneva in relazione al trono, era attaccato dalla stessa paralisi. Oltre a questo Luigi XVI era imbevuto di idee rivoluzionarie, guardava con simpatia il partito filosofico e rivoluzionario e lo proteggeva. Basti dire che nominò Turgote Necker a cariche ministeriali perché iniziassero le riforme auspicate dalle conventicole di filosofi.


continua...



Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante,
così non esiste per lui neppure una Storia puramente umana...
la Storia rappresenta il grande palcoscenico sul quale si dispiega nella sua interezza
l'importanza dell'elemento soprannaturale,
sia quando la docilità dei popoli alla fede consente a tale elemento di prevalere
sulle tendenze basse e perverse presenti nelle nazioni come negli individui,
sia quando esso si indebolisce e sembra sparire a causa del cattivo uso della libertà umana
che porterebbe al suicidio degli imperi...

(Dom Prosper Gueranger O.S.B., Abate di Solesmes)


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